è interessante tutto l'articolo
ma in particolare questo, ci vuole più cultura scientifica ed essere ben coscienti che non tutte le opinioni valgono uguali
Citazione:
Personalmente, questo è l'aspetto che più mi coinvolge. Mi sono sempre occupato di divulgazione scientifica, fin da quando all'università facevo volontariato col CICAP, andando a fare conferenze in giro per le scuole medie e superiori a parlare di organismi geneticamente modificati e biotecnologie. L'idea che mi sono fatto in tutti questi anni è che l'impresa più ardua nel comunicare la scienza non sia tanto quella di riuscire a semplificare i concetti chiave abbastanza da essere compresi dal pubblico. Quello è niente. Gli ostacoli più grandi, in realtà, sono: 1) riuscire a stabilire un rapporto di fiducia con il pubblico e 2) riuscire a trasmettere accuratamente il livello di certezza, errore o rischio che normalmente accompagnano qualsiasi scoperta scientifica - e che sono concettualmente diversi dai concetti di certezza, errore e rischio come sono comunemente intesi. Questa riflessione non si applica soltanto alla scienza del cambiamento climatico ma, di fatto, a qualsiasi altra disciplina: il caso di Stamina e il caso della sperimentazione animale sono solo gli ultimi esempi in Italia, mentre vaccinazioni, evoluzionismo e cambiamento climatico sono esempi che interessano più il mondo anglosassone. Ad ognuno il suo.
In genere, è vero che il pubblico non sa a chi può o deve prestare fiducia non solo perché non è in grado di valutare in maniera autonoma i contenuti, ma perché non è nemmeno in grado di valutare quanto sia affidabile l'interlocutore[2]. Se parliamo di cellule staminali, ad esempio, dal punto di vista del pubblico non pare esserci una grossa differenza di autorità tra ciò che dichiara il signore incravattato delle Iene o Piero Angela né, in ultimo, tra Davide Vannoni e Shinya Yamanaka. Quando si vive in un mondo in cui ogni opinione ha lo stesso valore, un mondo in cui “ognuno vale uno”, non deve stupire che le opinioni diventino poi banali e inutili. Uno studio recente ha mostrato, ad esempio, che non è il livello di cultura generale a determinare la divisione nel pubblico tra chi sposa e chi nega il cambiamento climatico antropogenico, bensì il bagaglio culturale e politico della persona[3]. Per uno scienziato, tutto ciò è tanto triste quanto disarmante.
Quale è il trucco quindi? Il trucco è familiarizzare col metodo scientifico tanto e abbastanza da comprendere l'affidabilità che un consenso scientifico può avere e, di conseguenza, trattare il consenso con la autorità che si merita. Diceva Feynmann che “la scienza è lo scetticismo organizzato nelle mani degli esperti”[4]. Dal 2004[5] al 2009[6] e poi dal 2010[7] al 2013[8] il consenso scientifico verso il riscaldamento globale non è cambiato molto e rimane pressoché universale. Va notato che i numeri parlano di un consenso del 97% tra gli scienziati nel complesso ma il consenso tra chi si occupa attivamente di cambiamento climatico è ancora più alto. In ogni caso, un 3% di dissenso non ha molto significato se si considera che, ad esempio, i numeri per evoluzione verso creazione sono praticamente identici[9].
Se il consenso tra gli scienziati rimane universale, la buona notizia è che è cambiata però la percezione nel pubblico. Secondo Gallup, la percentuale di chi pensa che quello del riscaldamento globale sia falso allarmismo è scesa dal 48% al 41% e la maggioranza degli Americani ora ritiene che il riscaldamento globale sia un problema serio - addirittura sottovalutato dai media (Figura 1 e [10]).